sabato 16 aprile 2011

Settimana della Cultura 2011 - seconda parte

Sono riuscita a ritagliarmi un po' di tempo per approfittare ancora della Settimana della cultura!
Ho visitato Castel Sant'angelo ma non sono state organizzate visite gratuite, ergo posso solo postare le foto che ho potuto realizzare. Ci sono sei livelli da fare a piedi.... Ho visto quasi tutte le sale, mancano quelle poche chiuse al pubblico... è attualmente esposta, inoltre, la tela Marte furibondo ritenuto da un amorino del Guercino, recentemente restituita al pubblico. 










Il Castello è a tutt'oggi suggestivo... nato come tomba in età adrianea, è stato poi utilizzato come castello e rifugio dai pontefici. Perciò è interessante da molteplici punti di vista... come mausoleo di Adriano (ci sono anche le parole di Adriano, nelle prime foto, rivolte alla sua anima), come castello medievale e come luogo dove si raccolgono splendidi appartamenti papali (il più ricco dei quali è la Sala Paolina...veramente mozzafiato). Questo è l'angelo del terrazzo, seguito dalla visuale di cui si può godere una volta arrivati in cima.



Uscita dal castello, visito i padiglioni allestiti per i 150 anni dell'unità d'Italia... sono sparsi in vari luoghi di Roma, quelli vicini al castello sono dedicati all'Abruzzo e Molise, alla Lombardia, alla Calabria e alla Sicilia. 
Vengo attratta da questo vestito di Maria Caniglia, soprano della prima metà del 900 per La Traviata. 


Ma è soprattutto la parte dedicata alla Sicilia che mi piace... senza offesa per le altre regioni. C'è un angolo dedicato a Pirandello e Sciascia... il manoscritto originale dei "Vecchi e i giovani" e delle lettere dedicate a Sciascia. Poi un manifesto a una parete ricorda Colapesce così: "Ci fu una volta a Messina un giovane pescatore, bello e forte, chiamato Cola... nelle notti silenziose, piene soltanto delle risa e dei sospiri dei flutti, egli conobbe le ninfe marine dagli occhi come le stelle, e le sirene dal corpo di serpente...e ancora oggi in fondo allo stretto di Messina, Cola Pesce vaga disperato... (F. Lanza Cola Pesce).


Nell'ultima stanza sono riportate frasi di personaggi celebri sull'Italia... Renoir lamenta che è troppo bella, al punto da farti passare la voglia di dipingere per goderne la bellezza. Isabella Rossellini invece dice: "Io sono felice di essere italiana... perché da italiana... io vivo per il piacere di vivere: di viaggiare, di conoscere, o anche solo di godere di una giornata di sole".

Prendo un bus e mi dirigo verso via Ostiense... sono riuscita a prenotare una visita alla Centrale Montemartini. Fa parte del circuito Musei in comune ed è davvero un luogo magnetico...

domenica 10 aprile 2011

Settimana della cultura Aprile 2011

Sabato ho colto al volo l'opportunità della Settimana della cultura per prenotare una visita guidata alla GNAM, la Galleria nazionale d'arte moderna di cui già ho parlato in occasione della mostra sui preraffaelliti. 
Raggiunta la sede, la guida ci informa che ci illustrerà la parte della GNAM dedicata all'arte contemporanea. Ha scelto una rosa di autori particolarmente rappresentativi: ecco perciò Capogrossi, di cui la galleria ospita diversi lavori, che testimoniano il suo percorso artistico, da un'esperienza tonale alla ricerca di un segno spaziale e temporale che viene definito in molti modi, pettine o forchettone, per esempio. Questo segno viene ripetuto all'infinito, in tutte le dimensioni, combinazioni e colori possibili... è come una lettera dell'alfabeto con cui l'artista vuole comunicare. La guida dice che non ne ha mai inventata un'altra dopo questa, come se ancora non avesse ancora avuto modo di esprimersi completamente con questa forma, ossia aveva ancora tanto altro da dire mediante l'uso del "pettine". 

Dopo averci parlato delle terracotte policrome di Leoncillo, ci illustra l'opera dell'astrattista Afro Basaldella. Di Gastone Novelli, che ha preso parte alla Resistenza, focalizza l'esigenza della riflessione sulla libertà di parola, centrale nelle opere che ci vengono mostrate. 

Di Lucio Fontana ci mostra i -come li chiamo io- "quadri squarciati": sono quadri che presentano un taglio profondo nella tela. Non si tratta di una violenza che viene direzionata sul supporto, ma dell'intenzione di mostrare cosa c'è al di là della tela... la guida infatti ci dice che lo squarcio è nel senso opposto rispetto a quello che ci si presenterebbe se fosse quello il lato su cui l'artista ha prodotto il taglio. Fontana dopo aver tagliato la tela la rimontava al contrario, perché fosse chiara la sua intenzione di far in modo che lo spettatore si chiedesse cosa c'è dietro la tela. 
Mi ha divertito Domenico Gnoli, che ha respirato arte fin da quando è nato e si è trasferito in gioventù a New York, rimanendo folgorato dalla Pop Art: un suo quadro mostra un copriletto che assurge alla dignità del Cristo morto del Mantegna...  oggetti di uso comune come una cravatta, che vengono riproposti in bronzo, presentano aspirazioni quasi metafisiche (non è la cravatta, ma l'idea della cravatta quella che si mostra). Anche Il muro, che presenta della sabbia mischiata al colore, è interessante.
 
Come interessante è Enrico Castellani: il bianco domina nelle sue opere, così come le ombre e le geometrie. Opere formate da cotone incasellato, oppure da impronte digitali, a ribadire l'unicità dell'individuo.
 
Ma sicuramente quello che più mi è rimasto impresso è Alberto Burri. Lui non ha studiato all'Accademia, non ha respirato arte da quando è nato, ma viene da forti e vitali esperienze: un medico in tempo di pace, poi in tempo di guerra; fu anche costretto a vivere in un campo nel Texas, deportato dagli americani. Qui matura la decisione di trasmettere attraverso l'arte quella che è stata la sua esperienza di vita. Usa per esempio  come supporto per le sue opere d'arte dei vecchi sacchi, come quelli che servivano a portare patate per i prigionieri, o anche plastiche bruciate. Nei materiali si aprono ferite che l'artista ricuce, a simboleggiare suture della vita, ferite che si aprono rosse nella materia, sineddoche di sofferenza e dolore. Ci viene detto che la prima opera di Burri esposta alla GNAM e in Italia fu per interessamento di Palma Bucarelli, direttrice della GNAM per oltre trent'anni: fece scandalo perché si dubitava che si trattasse di arte... ci fu addirittura un'interrogazione parlamentare dal momento che si ipotizzava uno spreco di denaro pubblico. A distanza di anni, ora che in tutto il mondo Burri è un autore esposto nei musei, non ci sono più dubbi su chi avesse ragione. Questo è il "grande sacco".

Queste opere mi avevano colpito già nella mia prima visita alla GNAM, ma sono particolarmente grata alla guida che me le ha rese più intellegibili e quindi vicine, familiari.

Domenica mattina è invece il turno del Museo Hendrik Christian Andersen, sito in via Mancini. Si tratta di una casa-museo: in questo villino -progettato da lui stesso- è vissuto un artista di origine norvegese, che lavorò a Roma e che coltivò un sogno rimasto irrealizzato. La villa si chiama "Helene" come la madre di Hendrik.




La guida ci accoglie -siamo solo in due ad aver usufruito della possibilità di una visita gratuita- illustrandoci le foto che mostrano Hendrik, i suoi due fratelli, i suoi affetti, tra cui spicca la ricca cognata che sempre lo supportò finanziariamente e Henry James, il famoso scrittore con cui Hendrik era in ottimi rapporti. Passeggiamo tra le stanze avvolte di quello che evidentemente doveva essere il colore preferito dell'artista: il rosa pallido, colore che domina anche all'esterno del villino, decorato e stuccato in stile liberty. Al secondo e al terzo piano la famiglia Andersen (che, per inciso, non ha alcun legame di parentela con il noto scrittore di fiabe) viveva, ma attualmente il museo ospita al secondo piano una mostra temporanea (anche se la guida precisa che nell'intervallo tra le mostre temporanee si ripristina l'originario arredamento della casa) dal momento che il museo fa parte del circuito della GNAM, mentre il terzo piano è sede degli uffici.
Al piano terra c'è invece da un lato lo studio espositivo, dove l'autore accoglieva i futuri committenti, e dall'altro lo studio vero e proprio dove invece lavorava. Entrambi gli spazi sono ricchi delle opere dell'artista, che era pittore ma soprattutto scultore. Le sue opere sono neoclassiche, monumentali, perennemente improntate alla ricerca del bello e del giusto, incarnazioni degli ideali di famiglia, amore, futuro. Abituali soggetti sono un uomo e una donna, più spesso con un bambino, che è sia frutto dell'amore che preludio a un futuro che si spera e si preannuncia roseo. I volti sono idealizzati, perché Andersen non aveva grande interesse per la ritrattistica. Anche i corpi sono ideali, infatti la guida rivela che per rappresentarli egli si serviva di più modelli, cui rubava le parte migliori ai fini della raffigurazione. Imponenti sono i gruppi usati per l'esposizione della GNAM del 1911, in occasione della celebrazione del cinquantenario dell'unità, come questo Giacobbe e l'angelo.

I miei preferiti sono comunque i gruppi la Notte e la Sera. Questi gruppi, assieme al Giorno e al Mattino, rappresentano sempre una figura centrale e svettante e quattro figure secondarie ai suoi piedi. Nel caso della Notte e della Sera, la figura centrale è una donna, negli altri due è un uomo. La figura femminile della notte, che avvolge con i suoi capelli gli uomini ai suoi piedi, è veramente evocativa.

Inoltre nelle sue figure è frequente il protendersi verso l'alto: l'aspirazione ad andare oltre, a migliorarsi, a elevarsi. Questo lo costringeva a progettare con cura la realizzazione per via dei problemi di equilibrio (usava anche del ferro per fissarle meglio internamente).

Ma ciò che ispira simpatia e rispetto per l'artista è il suo progetto -mai realizzato- per una città dedicata all'arte, una città progettata interamente -con la collaborazione di un architetto- e i cui progetti sono conservati nel museo. Un "centro mondiale per la comunicazione", un luogo in cui si potesse discutere di arte, cultura, religione. Grandi spazi dedicati all'attività fisica: un'enorme piscina, per esempio... un sistema di canali e una fontana monumentale, detta "della vita", in cui sarebbero andati a collocarsi alcuni dei gruppi bronzei realizzati da Hendrik. Che cercò a lungo di farsi finanziare il progetto -anche da Mussolini, nella zona dell'EUR-, ma non ci riuscì, consegnando perciò alla sua casa il ricordo di un sogno irrealizzato: l'arte può cambiare in meglio l'uomo.




domenica 27 marzo 2011

Giornate FAI: Palazzo del Quirinale, Studio di Pirandello, Ex sede UIC.

Ieri e oggi: le due giornate FAI da me tanto agognate. 
Tra le possibilità offerte, ho scelto per prima la visita al Palazzo del Quirinale; mi sono quindi recata nell'omonima piazza Sabato 26. In questo giorno era possibile l'ingresso solo ai soci FAI, nonostante ciò era  presente una certa folla. Avendo raggiunto il luogo verso le tre, ho dovuto fare una fila di mezz'ora, ma gli addetti hanno sostenuto che durante la mattina la fila era durata mediamente anche un'ora. Ho scelto di andarci Sabato perché ricordavo bene che l'anno precedente nel giorno del doppio ingresso (soci e non soci FAI) si era raggiunto il delirio, con file lunghissime. 
Tempo mezz'ora, e siamo dentro: ci accoglie la guida, la quale ci informa circa il percorso da svolgere. Potremo visitare stanze generalmente non accessibili al pubblico: il Quirinale infatti è normalmente aperto alle visite, ma relativamente a un altro percorso. Vedremo perciò le sale delle Dame, della Vittoria, della Pace, della Musica, la Biblioteca del Piffetti, il salottino Napoleonico, la sala degli Arazzi di Lille e la sala del Bronzino.
Entriamo dopo che la guida ci ha spiegato l'architettura e la storia del palazzo, che "trae origine dalla Palazzina Gregoriana, disegnata e costruita dall'architetto bolognese Ottaviano Nonni, detto il Mascarino, per papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585). Nei decenni successivi  i pontefici si adoperarono per ampliare questa prima residenza: l'aggiunta di tre nuovi corpi di fabbrica articolati intorno all'ampio Cortile d'Onore trasformò la Palazzina Gregoriana in un grande palazzo la cui facciata principale prospetta sulla Piazza del Quirinale, mentre il lato opposto affaccia sui giardini" (dall'informativa a cura di Patrizia Sfligiotti che ci viene consegnata a mano). 
Percorriamo la bellissima scala elicoidale del Mascarino, dai bellissimi effetti chiaroscurali. 


Entriamo quindi nella Loggia d'Onore, che un tempo era aperta e quindi più soleggiata perché ancora non c'erano le finestre aggiunte posteriormente, ma anche così è piena di luce. Molto bella la decorazione sul soffitto, opera di Ernesto Ballarini. 

Proseguiamo nella Sala del Bronzino: è una stanza molto grande, che la guida ci dice essere nota anche come "Sala Oscura" perché non aveva finestre verso l'esterno e la luce proveniva appunto dalla Loggia. Ernesto Ballarini e Alessandro Palombi sono gli autori delle pitture decorative del soffitto. La sala reca traccia del passaggio di Hitler (sono presenti busti scolpiti di personaggi romani). Viene detta "del Bronzino" perché tutt'intorno alla stanza fanno mostra di sé degli splendidi arazzi del Cinquecento, alcuni dei quali ispirati ai disegni del Bronzino. Gli arazzi narrano la storia di Giuseppe venduto dai fratelli. 


Entriamo nella Sala degli arazzi di Lille adesso, così chiamata dai cinque arazzi tessuti a Lille nel Settecento. La guida focalizza la nostra attenzione sul camino, realizzato da Carlo Albacini, ma dice anche che i camini nel palazzo del Quirinale generalmente non sono collocabili originariamente nelle sale in cui si trovano adesso. In questa sala era collocata la stanza da letto della regina Margherita.

Ecco il salottino napoleonico che, come leggiamo dal sito ufficiale del palazzo del Quirinale, risale appunto "al periodo napoleonico, quando un ampio vano fu diviso in due stanze, oggi Biblioteca del Piffetti e Salottino. Quest’ultimo fu adibito a “Cabinet de toilette” di Napoleone, la cui stanza da letto era stata allestita nell’ambiente contiguo, l’odierna Sala degli Arazzi di Lille. Risale a questo allestimento l'articolata decorazione della volta, con temi mitologici di vestizione e armamento e cinque tele di Pelagio Palagi con episodi dell’Iliade e dell’Eneide, allusivi all’avvento di Napoleone.(...) Con l’insediamento dei Savoia l’ambiente divenne “Sala da bagno e della Toletta” della regina Margherita". E' proprio la volta e i suoi colori vivaci che attira la mia attenzione, più dei tre arazzi che illustrano la storia di Don Chisciotte, due dei quali -dice la guida- provengono da botteghe di artigiani napoletani che nell'utilizzo del tessuto hanno puntato sul risparmio.


E adesso giungiamo a quello che dal mio punto di vista è il "pezzo forte":  la libreria del Piffetti, mirabile ebanista piemontese, che realizzò questo studiolo a Torino, da cui fu trasferito a Roma per volere di Umberto I. E' impressionante la ricchezza di intarsi e decorazioni in avorio. Sono presenti due consoles, che offrono allo spettatore lo spettacolo di "lastre di tartaruga e avorio inciso che simulano fogli e carte abbandonati sul piano e recano in basso ghirlande di fiori intagliate e dorate (...) La finzione è completata dalla presenza di strumenti sulla mensola: una squadra in bronzo, un compasso e un temperino" (dal sito ufficiale). Veramente una cosa che sembra uscita dalle favole.


Entriamo ora nella Sala della Musica, detta così per la presenza di una spinetta. Dopo aver visto la biblioteca del Piffetti appare un ambiente spoglio, che si segnala comunque per l'opera di Pelagio Pelagi "Giulio Cesare detta i commentarii" posta sul soffitto. Cesare ricorda nelle fattezze Napoleone. 

Ora è la volta della Sala della Pace, dalle tematiche qui svolte. Di questa sala mi piace soffermarmi sul fregio in stucco che viaggia tutto attorno all'ambiente, di un allievo del Canova: una serie di Fame alate incoronano uomini illustri. 


La Sala della Vittoria anche è caratterizzata da un fregio similare, ma stavolta è l'orologio astronomico che attira la mia attenzione. Tutti splendidi sono gli orologi visti finora, ma questo è particolare: indica la posizione della Terra rispetto al Sole e alle costellazioni dello zodiaco. 


La Sala delle Dame: anche qui un fregio spettacolare, opera del Thorvaldsen, raffigurante i Trionfi di Alessandro Magno, che alludono metaforicamente ai successi di Napoleone. Nel pavimento di marmo è presente un mosaico dedicato a Cerere, ma la guida dice che in precedenza era presente una raffigurazione dedicata al Ratto di Ganimede, argomento che il papa, Gregorio XVI, trovava poco indicato. La sala prende il nome dai ritratti delle tre mogli di Carlo Emanuele III di Savoia che -come rivela la guida- furono destinate tutte ad avere una vita breve. 
Sala delle Api, dalle api presenti sull'affresco della volta (simbolo dei Barberini). Qui la guida fa notare i colori vivissimi dell'arazzo Gobelins, parigino, di fine Settecento. 

La visita è finita... il tempo di ripercorrere la scala del Mascarino, e siamo fuori dalla struttura. 
Bellissimo, ma l'impressione è che avremmo dovuto rimanerci molto di più per gustare appieno tutta la ricchezza e le testimonianze del passaggio dei secoli e della Storia che si sovrappongono in quelle stanze.
Non essendo stato possibile fare foto, rimando qui per le immagini al sito del Quirinale, dove è possibile anche visitare virtualmente le stanze qui ripercorse e le molte altre che qui non sono presenti.

Sulla strada del ritorno, vedo Palazzo delle Esposizioni e, dal momento che ho l'ingresso libero, avendo acquistato un pacchetto apposito, ne approfitto per visitare la mostra di Aleksandr Deineka, definito il "maestro sovietico della modernità" dalla brochure, che ricorda al lettore come questa mostra rappresenti "la prima grande presentazione monografica fuori dalla Russia del più importante e noto pittore realista dell'Unione Sovietica".
Ossessiva è la rappresentazione della forza fisica e della vitalità rappresentata dallo sport in questo autore, che spesso raffigura corpi in movimento, che si allenano, che corrono in vasti spazi liberamente o in gare di staffetta. Calciatori, portieri. Ma anche contadini in paesaggi rurali, bagnanti. Di questa parte della sua produzione mi è piaciuto il settore dedicato alla grafica (si occupava di pittura ma ha spaziato anche nella grafica, nella scultura), dove le rappresentazioni della figura umana sono rapide, sicure, precise e potenti. Comunicano velocemente l'idea. Ci sono belle soluzioni riprodotte in parte nell'allestimento.
Il settore della mostra che mi è piaciuto di più è probabilmente la raccolta delle sue opere realizzate all'estero, durante i suoi viaggi, dove sperimenta un nuovo uso del colore, più spregiudicato. Grandi aree di colori accesi che costringono chi guarda a esplorare, catturati magneticamente dalla tela. Le disoccupate a Berlino, la Modella, la Parigina, La Notte.  

Intimamente belli anche La madre e i bambini che saranno futuri piloti, ma per il momento sognano con il naso per aria. 

E non poteva mancare la guerra. La difesa di Pietrogrado, la celebrazione del Socialismo.
Ma è L'asso abbattuto il mio preferito: un ragazzo che cade dall'aereo, prossimo alla morte: è un tedesco o un russo? Non si sa, questa è la guerra: morte per vincitori e vinti.


Il giorno successivo è la volta dell'ex-sede dell'UIC, Ufficio Italiano dei Cambi, ora proprietà della Banca d'Italia. E' un edificio sito in via delle Quattro Fontane 123, risalente agli anni Cinquanta e progettato dallo studio di architettura "3P" (Paniconi, Passarelli e Pediconi). Pochissima fila all'entrata, breve anche il giro. La guida, molto preparata, illustra la storia dell'edificio, ma certo bisogna essere meglio ferrati della sottoscritta in architettura moderna per cogliere appieno tutti i suoi rimandi.
Nell'atrio è presente un monumentale fregio scultoreo di Arturo Dazzi, ventesimo secolo, portato qui a causa della mutata sede originaria. Rappresenta, come una Madonna, l'allegoria della Banca d'Italia che al posto del Bambino tiene tra le braccia un forziere. Attorno a lei figure lavorano faticosamente per portare la loro ricchezza alla donna. Il fregio è stato nuovamente valorizzato in questo ambiente così profondamente diverso da quello originario.


Tra gli ambienti di rappresentanza del secondo piano ci viene presentata la sala del Consiglio di Amministrazione dell'UIC, caratterizzata da elementi curvilinei veramente interessanti, come il grande tavolo di forma ellittica. La stanza ospita anche tre quadri di De Chirico, raffiguranti paesaggi, ruderi e cavalieri.

Mi dirigo adesso verso Villa Torlonia, dove mi aspetta la casa di Pirandello. 
Stavolta la fila c'è: mezz'ora e oltrepassiamo il cancello. Come dice l'informativa, "lo studio dello scrittore, oggi sede dell'Istituto di Studi Pirandelliani, ha sede in un villino liberty costruito intorno al 1910. In questa casa Pirandello vive dal 1913 al 18 e successivamente tra il 33 e il 36, occupando l'ultimo piano. Questa è stata la sua ultima dimora, qui ha ricevuto la notizia del conferimento del Premio Nobel."

Veniamo accolti da alcuni studenti liceali, "apprendisti ciceroni", che ci illustrano quello che vedremo una volta entrati: la piccola stanza da letto in cui Pirandello è morto e il suo studio. Gli ambienti conservano ancora l'arredo originale; nella camera da letto è presente la Divisa della Reale Accademia d'Italia, i cappelli, il bastone, fotografie di Marta Abba -attrice e musa di Pirandello-, un crocefisso appeso su disposizione dello scrittore, anche se era agnostico.


Lo studio, al contrario della camera da letto, è un ambiente molto vasto. E' facile immaginare lo scrittore ricevere i suoi ospiti e farli accomodare in poltrona. Sono qui presenti il Premio Nobel, quadri, foto, un portasigari regalato da D'Annunzio (con su scritto Memento audere semper), la macchina da scrivere portatile, duemila volumi a lui appartenuti. Nonostante la folla, la confusione di un giorno come quello di oggi, è difficile non essere coinvolti dall'atmosfera della casa.



Segnalo qui il sito dello studio, dove è presente anche un filmato.
Sarebbe finita qui, se non mi saltasse in mente di fare un giro a Villa Torlonia...qui noto che è l'ultimo giorno per poter visitare una mostra intitolata "In nome della rosa", dedicata alle rose e in generale alla natura nelle vetrate di stile liberty.